In America una startup a sei mesi raccoglie miliardi, in Italia fatica a ottenere un appuntamento. Il vero nodo del capitale di rischio sta a monte dei luoghi comuni sull’EBITDA.

Nel maggio 2026, in un’intervista alla CNBC, Jeff Bezos ha detto una cosa che a un orecchio italiano suona quasi scandalosa: «Anche se l’intelligenza artificiale si rivelasse una bolla, dovreste restare sereni. La bolla sta guidando gli investimenti, e molti di questi investimenti si riveleranno sanissimi. Gli investitori in questo momento devono ancora imparare a distinguere le buone idee dalle cattive, e va bene così, perché le buone idee pagheranno per tutti i perdenti».
Un mese dopo, l’11 giugno, sempre alla CNBC, ha rincarato: «Cosa guida la ricchezza delle nazioni? Cosa guida la ricchezza delle civiltà? La risposta è l’invenzione. Seimila anni fa qualcuno ha inventato l’aratro e siamo diventati tutti più ricchi».
Quelle parole avevano un contesto molto preciso: Bezos le pronunciava annunciando il Series B da 12 miliardi di dollari di Project Prometheus, la sua startup di «intelligenza artificiale fisica», un sistema che vuole comprimere il tempo tra idea e prodotto manifatturato, dai chip ai motori aeronautici ai farmaci. Prometheus è nata nel novembre 2025 con 6,2 miliardi di dollari raccolti in via riservata, prima di qualsiasi annuncio pubblico. Otto mesi dopo vale circa 41 miliardi e ha raccolto complessivamente oltre 18 miliardi di dollari. Una valutazione costruita interamente su team, dati e visione, con il prodotto ancora in laboratorio e il fatturato di là da venire.
Ora mettiamo accanto a questi numeri quelli italiani, presentati da AIFI e PwC nel marzo 2026.
Nel 2025 l’intero venture capital italiano ha investito 1,35 miliardi di euro in 568 operazioni. È stato un anno record: +46 % sull’anno precedente, il segmento più dinamico di tutto il capitale di rischio nazionale. Allargando lo sguardo all’intera filiera early stage (fondi, corporate venture, business angel, incluse le startup estere fondate da italiani), il Venture Capital Monitor di LIUC e AIFI arriva a circa 2,2 miliardi di euro.
Tradotto: una singola startup di Bezos, ancora in fase di sviluppo prodotto, ha raccolto in otto mesi circa otto volte quello che l’intero sistema italiano del venture capital ha investito nel suo miglior anno di sempre.
E il quadro complessivo è più fragile di quanto sembri. La raccolta di private equity e venture capital in Italia nel 2025 è crollata a 3,57 miliardi di euro, -46 % rispetto ai 6,67 miliardi del 2024. Come ha ammesso il presidente di AIFI Innocenzo Cipolletta, la raccolta debole «determina un limite per l’attività degli operatori che hanno a disposizione meno capitali al supporto della crescita aziendale». Il carburante del ciclo successivo si sta esaurendo proprio mentre le operazioni aumentano.
La reazione istintiva è prendersela con la mentalità: «le banche e gli investitori italiani guardano solo l’EBITDA». È una critica popolare, ed è sbagliata a metà.
La metà sbagliata riguarda le banche. Una banca è un creditore: incassa un tasso di interesse se le cose vanno bene e perde il capitale se vanno male. Upside limitato, downside pieno. Per un soggetto così, valutare un’impresa su flussi di cassa, rapporto debito/EBITDA e garanzie è l’unico comportamento razionale, oltre che imposto dalle regole di vigilanza europee (Basilea, linee guida EBA sulla concessione del credito). Chiedere a una banca di finanziare l’invenzione pura è chiedere a un martello di avvitare una vite.
La metà giusta riguarda invece chi il rischio dovrebbe prenderlo per mestiere. La frase di Bezos, «le buone idee pagheranno per tutti i perdenti», descrive la logica matematica del venture capital, la cosiddetta power law: in un portafoglio di venti investimenti, uno solo può restituire cinquanta volte il capitale e ripagare tutti i fallimenti. Ma questa logica funziona solo se l’investitore compra l’opzione sul futuro di un’azienda (team, mercato, velocità) invece dell’azienda com’è oggi.
Il problema italiano è che troppo spesso anche chi investe in equity ragiona da creditore: chiede fatturato consolidato, marginalità dimostrata, track record. Tutte cose che un’impresa a sei mesi di vita può costruire solo col tempo. Il risultato è un paradosso selettivo: il sistema finanzia ciò che è già dimostrato ed esclude strutturalmente ciò che è ancora invenzione, cioè esattamente la cosa che, per Bezos, «guida la ricchezza delle nazioni».
Sarebbe comodo liquidarla come arretratezza culturale. I motivi sono più concreti.
1. La dimensione dei fondi. Un fondo americano da 2 miliardi di dollari può permettersi che 18 investimenti su 20 falliscano. Un fondo italiano da 50 milioni ha margini molto più stretti: una serie di perdite lo chiude. Fondi piccoli sono costretti fuori dalla power law, quindi cercano protezione dal ribasso, che è, di nuovo, logica da debito.
2. Chi mette i soldi nei fondi. Secondo i dati AIFI, nel 2025 il 22 % della raccolta italiana viene dal settore pubblico, il 21 % da individui e family office, il 19 % da fondi pensione e casse di previdenza. Sono investitori con mandati prudenziali, orizzonti brevi e forte avversione alla perdita contabile. Il gestore risponde ai suoi sottoscrittori: sottoscrittori prudenti producono venture capital prudente. Negli Stati Uniti, al contrario, fondi pensione ed endowment universitari allocano quote strutturali al venture da quarant’anni.
3. Il mercato delle uscite. Il venture capital vive di exit: quotazioni e acquisizioni che trasformano le partecipazioni in liquidità. In Italia le exit ci sono ma restano piccole, e la borsa dedicata alle PMI è poco liquida. Un investimento da cui è difficile uscire viene inevitabilmente valutato sui flussi di cassa che genera nel frattempo. Cioè, ancora una volta, sull’EBITDA.
4. La scarsità di fondatori riciclati. Nella Silicon Valley chi ha venduto un’azienda reinveste da angel e sa leggere una startup a sei mesi perché ci è passato. In Italia la maggior parte degli investitori proviene da private equity, banca o consulenza, e ognuno legge ciò che ha imparato a leggere.
Questi quattro vincoli si rafforzano a vicenda e formano un equilibrio autoconsistente. È per questo che serve ben altro della retorica sull’«ecosistema» per romperlo: ogni attore si comporta razionalmente dentro i vincoli degli altri.
Due precisazioni, per mantenere l’analisi lontana dall’agiografia.
Primo: Bezos parla dal vertice di un sistema che può permettersi le bolle. Il suo «anche se fosse una bolla, va bene così» è sostenibile dove mercati dei capitali profondi assorbono le perdite. In un sistema banco-centrico come quello italiano, dove il credito alle imprese è in ultima istanza risparmio delle famiglie, la stessa frase sarebbe irresponsabile. La lezione consiste nel costruire il comparto separato (l’equity di rischio) dove quella tolleranza al rischio può esistere lasciando intatto il risparmio, anziché importare la tolleranza americana dentro il credito bancario.
Secondo: Bezos è parte in causa. È il co-CEO di Prometheus e, secondo il Wall Street Journal, starebbe raccogliendo un fondo da 100 miliardi di dollari per acquisire aziende manifatturiere e trasformarle con l’AI. Chi dice «la bolla va bene» mentre raccoglie capitali dentro la bolla va ascoltato con la dovuta tara. E vale anche un avvertimento sulle fonti: attorno alle sue apparizioni pubbliche del 2026 circolano citazioni virali inventate di sana pianta, smentite da chi ha verificato i video integrali. Prima di indignarsi per una frase vista sui social, conviene controllare che esista.
Per l’imprenditore italiano la morale è agire dentro le regole del gioco attuale, in attesa che cambino. Finché l’equilibrio regge, la strategia razionale è usare i ricavi (servizi, consulenza, commesse) per autofinanziare il prodotto, invertendo il modello americano del «prima raccogli, poi costruisci». È una risposta adattiva, e per molti versi più solida, a un mercato dei capitali che prezza le aziende anziché le opzioni.
Per il decisore pubblico, invece, i numeri del 2025 indicano il punto esatto su cui intervenire: la raccolta, che crolla, ben prima degli investimenti, che crescono. Finché fondi pensione e casse di previdenza (che gestiscono centinaia di miliardi di risparmio previdenziale) destineranno al capitale di rischio briciole, l’Italia continuerà a celebrare anni record da 1,35 miliardi mentre altrove una singola azienda in fase di sviluppo ne raccoglie 18 in otto mesi.
La ricchezza delle nazioni, diceva quello, la guida l’invenzione. Ma l’invenzione, prima, qualcuno deve pagarla.
Autore
Pablo Liuzzi
Founder, Synthos Logic