La prima sessione del Global Dialogue on AI Governance porta a Ginevra i 193 Stati membri e i vertici dell’industria: il dibattito si sposta dall’accesso ai modelli al controllo delle infrastrutture.

Il 6 e 7 luglio Ginevra ospita la prima sessione del Global Dialogue on AI Governance, il forum multilaterale istituito dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2025 insieme al Panel scientifico internazionale indipendente sull’AI. È il primo tavolo in cui tutti i 193 Stati membri siedono con pari titolo per discutere la governance dell’intelligenza artificiale — un formato pensato per dare voce anche ai Paesi rimasti finora ai margini dei summit ristretti sulla sicurezza dei modelli. La settimana ginevrina è densa: il giorno dopo la chiusura del Dialogue, negli spazi del Palexpo, parte l’AI for Good Global Summit dell’ITU, con oltre 50 agenzie ONU coinvolte.
Il segretario generale António Guterres ha aperto i lavori con un confronto destinato a restare: l’anno scorso gli investimenti privati in infrastrutture AI hanno sfiorato i 500 miliardi di dollari, mentre l’investimento pubblico in capacità AI per i Paesi in via di sviluppo è, al paragone, «un errore di arrotondamento». L’avvertimento che ne segue è netto: lasciato a sé stesso, il divario digitale si indurisce in un divario AI, che diventa insieme un gap di sviluppo, un gap di sicurezza e un gap di sovranità.
L’Iraq, intervenuto a nome del G77 e della Cina, ha chiesto che il Dialogue produca passi concreti sulle disparità di infrastrutture, capacità tecniche e competenze. Dal lato dell’industria, il presidente di Microsoft Brad Smith ha rilanciato l’appello a colmare i gap di capacità fra le nazioni, rivendicando il ruolo dell’investimento privato nella costruzione delle infrastrutture chiave. Le due posizioni fotografano la tensione di fondo: il Sud globale chiede capacità pubblica e trasferimento di competenze, i grandi fornitori propongono sé stessi come veicolo dell’inclusione.
La parola più ricorrente nei due giorni ginevrini è «sovranità». L’intelligenza artificiale ha smesso di essere un dossier puramente tecnologico ed è diventata una questione di sviluppo e di prerogativa nazionale: molti governi hanno rivendicato il diritto degli Stati a plasmare il proprio futuro tecnologico, spostando il baricentro del dibattito dall’accesso ai modelli al controllo delle infrastrutture — chi possiede i data center, chi produce i chip, chi detta gli standard, chi custodisce i dati.
Per l’Europa la traiettoria è familiare: l’AI Act, le gigafactory continentali e i programmi di cloud sovrano nascono esattamente da questa lettura. La novità di Ginevra è che la stessa grammatica viene adottata dal resto del mondo, con 193 sensibilità diverse e un negoziato che dovrà tenere insieme chi regola per proteggere i diritti e chi chiede prima di tutto capacità di calcolo e reti elettriche.
Guterres ha rinnovato la richiesta di uno strumento giuridicamente vincolante per vietare le armi autonome letali — i cosiddetti «killer robots» — e ha consegnato al summit l’immagine destinata a fare titolo: il mondo deve impedire che sia l’AI a «vibe-codare» il futuro dell’umanità. Il riferimento alla pratica del vibe coding, in cui si delega al modello la scrittura del codice accettandone gli esiti, diventa metafora politica: le regole vanno scritte dagli Stati, con intenzione, prima che le traiettorie tecnologiche le scrivano da sole.
Per le imprese europee il Dialogue è più di un esercizio diplomatico. Primo: la geografia dell’infrastruttura entra stabilmente nei requisiti di procurement — la domanda «dove risiedono i dati e chi controlla la filiera di calcolo» è ormai parte della due diligence, dai contratti cloud alle forniture pubbliche. Secondo: il binario multilaterale affianca il calendario europeo, con gli obblighi di trasparenza dell’AI Act in vigore da agosto 2026 e i decreti attuativi italiani in arrivo; chi progetta sistemi oggi deve leggere le due traiettorie insieme. Terzo: il capacity building verso i Paesi in via di sviluppo, evocato da tutti gli attori, apre un mercato di servizi e formazione in cui le competenze regolatorie europee sono un vantaggio esportabile.
I punti da seguire nei prossimi mesi sono tre. Il primo rapporto del Panel scientifico internazionale indipendente, atteso come base fattuale condivisa del negoziato. La seconda sessione del Dialogue, in calendario a New York nel 2027, dove si misurerà la distanza fra le dichiarazioni di Ginevra e gli impegni. E l’intreccio con le iniziative nazionali — dagli standard volontari in preparazione a Washington alle scadenze applicative dell’AI Act — che diranno se la governance dell’AI convergerà verso regole comuni o si frammenterà in blocchi. La domanda aperta è quella posta, in fondo, dallo stesso Guterres: chi scrive il codice delle regole, prima che il codice scriva le regole per tutti?
Autore
Pablo Liuzzi
Founder, Synthos Logic