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L’Europa mette un’etichetta ai data center: da A a G su energia e acqua, prime targhe nel 2027

La logica dell’etichetta energetica di frigoriferi e lavatrici arriva sull’infrastruttura che regge l’intelligenza artificiale: una scala di colore, due indicatori misurati e un database pubblico.

Il 21 settembre la Direzione generale per l’Energia della Commissione europea ha pubblicato il regolamento delegato che istituisce uno schema comune di classificazione dei data center. Il meccanismo ricalca l’etichetta energetica che i consumatori europei conoscono da trent’anni sugli elettrodomestici: una scala di sette lettere, dalla A verde alla G rossa, che sintetizza in un colpo d’occhio una prestazione altrimenti sepolta in fogli tecnici. Qui l’oggetto misurato è l’edificio che ospita i server, e la posta in gioco è la capacità dell’Europa di far crescere il calcolo per l’intelligenza artificiale mantenendo un controllo sui consumi di elettricità e di acqua.

La scala di colore è vecchia; l’oggetto che misura è la parte nuova.
La scala di colore è vecchia; l’oggetto che misura è la parte nuova.

Due indicatori, sette classi, una soglia di ingresso

Il regolamento fissa due grandezze e le traduce in due scale parallele. La prima è il Power Usage Effectiveness, il rapporto fra l’energia totale che entra nel data center e quella che arriva davvero ai server: più il numero si avvicina a uno, meno energia si disperde in raffreddamento e perdite. La classe A richiede un valore fino a 1,15, la classe G scatta sopra 1,9, con cinque gradini intermedi. La seconda è il Water Usage Effectiveness, il consumo d’acqua per unità di energia informatica: la classe A resta entro 0,1 litri per kilowattora, la G supera 1,0. I due valori restano distinti sull’etichetta, così che un impianto molto efficiente sull’elettricità e avido d’acqua mostri entrambe le facce.

La soglia di ingresso è la potenza informatica installata: l’obbligo riguarda i data center sopra i 500 kilowatt, mentre sotto quella soglia la partecipazione resta volontaria, come volontaria è l’adesione per gli impianti ancora da entrare in funzione, che possono dichiarare le prestazioni di progetto attese dopo due anni di esercizio. Le etichette le genera in automatico il database europeo sui data center, a partire dai dati che gli operatori comunicano già ai sensi del primo regolamento delegato del 2024, e diventano pubbliche in tutte le lingue dell’Unione con un codice QR che rimanda alla scheda ufficiale. La prima targa arriva il 15 agosto 2027 e vale un anno, fino all’emissione successiva.

L’etichetta lascia liberi i consumi assoluti. Misura, rende comparabile e mette in fila: resta trasparenza, ancora distante dal vincolo. La stessa Commissione ha aperto in parallelo il lavoro sugli standard minimi di prestazione, con una proposta legislativa attesa nel 2027. La sequenza è deliberata e ricorda quella già vista sugli elettrodomestici: prima si misura e si pubblica, poi si alza l’asticella. Chi legge l’etichetta oggi sta guardando il righello con cui domani si scriverà la regola.

Perché conta per il mercato italiano

La cornice numerica spiega l’urgenza. Nel memorandum la Commissione ricorda che nel 2024 i data center europei hanno consumato 68 terawattora di elettricità, una cifra che le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia portano a 114 terawattora entro il 2030, circa il 3,2 % della domanda elettrica dell’Unione, e indica proprio l’adozione dell’intelligenza artificiale come il motore principale di quella crescita. Il regolamento cita esplicitamente il rapporto Draghi del settembre 2024 sulla competitività: usare l’energia in modo più efficiente abbassa i costi operativi e libera risorse per ricerca, competenze e lavoro. L’etichetta nasce dunque dentro un discorso industriale, oltre che ambientale.

Per l’Italia la traduzione è concreta. Il paese ospita una quota crescente della nuova capacità di calcolo europea, spinta dagli annunci di espansione dei grandi operatori cloud e da un tessuto di data center regionali. Un impianto che punta a chiudere contratti con la pubblica amministrazione o con un committente regolato dovrà presto esibire una classe energetica e idrica come parte del profilo commerciale, promossa da nota a piè di pagina a elemento negoziale. Chi progetta oggi un sito nuovo, o retrofitta uno esistente, ha davanti la tabella delle soglie e sa in quale lettera cadrà: la scelta fra recupero del calore di scarto, sistemi di raffreddamento a basso consumo d’acqua e approvvigionamento a basse emissioni diventa una decisione con una conseguenza pubblica e comparabile.

C’è anche un aspetto che tocca chi costruisce infrastruttura per l’IA in Europa con logica di sovranità e attenzione ai vincoli ambientali del continente. Un principio che Synthos Logic tiene fra i propri fondamentali metodologici, e che queste stesse pagine hanno raccontato più volte, è che la scelta dello stack tecnologico in ambienti regolati europei si misura anche sui vincoli fisici del territorio in cui gira: energia, acqua, prossimità alla rete. L’etichetta rende quel vincolo leggibile a chiunque, e sposta parte della conversazione dai capitolati riservati a una scala pubblica.

Le due obiezioni che accompagnano lo schema

Il regolamento arriva con due critiche già formulate da chi lo ha analizzato, e vale la pena tenerle a fuoco perché definiscono il perimetro reale del provvedimento. La prima riguarda l’energia: la contabilità della quota a basse emissioni ammette i certificati di origine rinnovabile su base annuale, e questo consente in teoria che il solare estivo compensi il gas bruciato in una notte d’inverno. La classe alta, in altre parole, può descrivere una media annua che nasconde profili orari molto meno virtuosi. La seconda riguarda la completezza: lo schema misura efficienza e intensità, mentre lascia fuori il consumo assoluto. Un data center enorme e molto efficiente può ottenere una A pur pesando sulla rete più di dieci impianti piccoli e mediocri messi insieme.

Entrambe le obiezioni lasciano in piedi il provvedimento, perché colpiscono quello che l’etichetta dichiara di tenere fuori: resta uno strumento di misura, distinto sia da un tetto sia da un conteggio del carico totale. È un indicatore di efficienza reso pubblico e comparabile, primo del suo genere per ampiezza in Europa e più completo dei sistemi solo energetici già attivi in Australia e a Singapore. Il suo valore politico sta nel creare un dato condiviso su cui poi costruire le regole vincolanti. La sua fragilità sta nel rischio di essere letto come una promessa di sostenibilità più ampia di quella che offre.

I segnali da seguire

Tre passaggi diranno, nei prossimi trimestri, se lo schema diventa un vincolo di mercato o resta un esercizio di trasparenza.

Il primo è lo scrutinio. Il regolamento delegato entra ora in una finestra di due mesi di esame da parte del Parlamento europeo e del Consiglio, che possono sollevare obiezioni. La forma con cui esce da quel vaglio, e le eventuali modifiche sulla contabilità dei certificati rinnovabili, definiranno quanto stringente sarà davvero la classe A.

Il secondo è la proposta sugli standard minimi attesa nel 2027. È il momento in cui l’etichetta smette di descrivere e comincia a imporre: la soglia che verrà fissata come pavimento accettabile trasformerà una parte delle lettere basse in classi fuori mercato per i contratti pubblici.

Il terzo è la prassi degli operatori italiani. Le prime comunicazioni al database europeo e le prime targhe del 2027 diranno in quale fascia si colloca il parco nazionale, e quel dato, oggi disperso in dichiarazioni volontarie, diventerà per la prima volta un numero pubblico su cui committenti e cittadini potranno esercitare pressione.

La partita vera si gioca sul salto dalla misura al vincolo. Un’etichetta che resta solo informativa premia chi comunica bene; una che si aggancia a standard minimi e appalti verdi ridisegna dove conviene costruire capacità di calcolo in Europa. La differenza fra i due esiti si deciderà nei diciotto mesi che separano la pubblicazione di oggi dalla prima targa affissa.

Autore

Pablo Liuzzi

Founder, Synthos Logic

Fonti


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