Il dato italiano sull’adozione dell’IA raddoppia in un anno. Il numero che decide i prossimi dodici mesi è un altro: il 58,6 % delle PMI indica le competenze come primo freno e il 7 % ha avviato formazione strutturata.
Il 17 settembre Unioncamere e Dintec hanno diffuso le rilevazioni più recenti sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane. La quota di aziende che dichiarano di usare soluzioni di IA è passata dal 13,1 % al 19,5 % fra il 2024 e il 2025: poco più di sei punti percentuali in dodici mesi, che in termini relativi valgono un raddoppio della platea. I dati arrivano da oltre 20.000 rilevazioni raccolte in due anni con lo strumento di autovalutazione SELFI 4.0 dei Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio, e saranno discussi il 24 settembre alla seconda Giornata del Mezzogiorno, promossa dalla Camera di Commercio di Bari nell’ambito dell’89ª Fiera del Levante.

La media nasconde due mercati. Oltre il 50 % delle grandi imprese dichiara di usare l’IA, contro circa il 15 % delle piccole. È una forbice di più di tre volte, e segue la geografia consueta della dotazione interna: chi ha già una funzione IT strutturata, un budget di innovazione e qualcuno che può dedicare tempo a valutare gli strumenti, adotta; chi lavora con un organico snello e una persona che tiene insieme sistemi, fornitori e sicurezza, osserva e rimanda.
Il punto interessante è che la forbice si allarga proprio mentre il costo tecnico dell’accesso crolla. Gli strumenti sono disponibili a listino, in abbonamento, con la stessa interfaccia per un’impresa da dieci persone e per una da diecimila. La barriera di prezzo, che nel decennio del cloud spiegava buona parte del divario fra grandi e piccole, qui spiega molto meno.
La rilevazione mette in fila i due numeri che contano davvero. Almeno sei imprese su dieci fra quelle interessate alla tecnologia rinunciano per carenza di competenze. E il 58,6 % delle PMI indica la mancanza di competenze digitali come primo freno all’adozione, mentre il 7 % ha avviato percorsi di formazione strutturati sul tema.
Giuseppe Francesco Italiano, prorettore per l’Artificial Intelligence e le Digital Skills alla Luiss Guido Carli, lo riassume in una frase che vale come titolo di lavoro per l’anno prossimo: il vero ostacolo ha un nome, ed è la competenza più che la tecnologia. La distanza fra 58,6 e 7 è la misura precisa del problema. Quasi sei imprese su dieci hanno identificato correttamente la causa del proprio blocco, e meno di una su dieci ha trasformato quella diagnosi in un intervento. In mezzo c’è una zona grigia larghissima: consapevolezza alta, azione bassa.
Vale la pena notare che questo divario ha una qualità diversa da quelli a cui il mercato italiano è abituato. Un divario di infrastruttura si chiude con un investimento e un fornitore. Un divario di competenza si chiude con tempo di persone già occupate, sottratto alla produzione corrente, e con un ritorno che arriva dopo. È esattamente il tipo di spesa che una PMI sotto pressione di margine rimanda per prima.
Il quadro regolatorio, intanto, si muove più in fretta della capacità operativa. L’Italia è il primo Paese europeo ad avere una legge dedicata all’intelligenza artificiale, e la copertura del 17 settembre di questa sala stampa ha ricostruito come il decreto 160 porti le violazioni dell’AI Act dentro il codice penale e fra i reati presupposto della responsabilità degli enti. Marco Camisani Calzolari, che aprirà i lavori del 24 settembre come esperto dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e membro del comitato di coordinamento della Strategia Nazionale per l’IA 2026-2028, colloca l’Italia in testa sulla regolamentazione e l’Europa in ritardo sui modelli di frontiera.
Le due cose insieme disegnano una posizione scomoda e chiara. Un’impresa italiana che adotta l’IA oggi eredita obblighi documentali, di supervisione e di formazione del personale che presuppongono qualcuno in azienda capace di capire cosa il sistema sta facendo. Quel qualcuno è la risorsa scarsa. La conformità, in altre parole, poggia sullo stesso vincolo dell’adozione.
Il segnale industriale che arriva dall’estero va nella stessa direzione. Il deep del 31 agosto di questa sala stampa raccontava Caterpillar che accompagna l’autonomia sul campo con cento milioni dedicati alla formazione degli operatori: la spesa in addestramento viaggia insieme alla spesa in tecnologia, e viene dichiarata come parte dello stesso investimento. Nella rilevazione italiana quel binomio compare in sette imprese su cento.
C’è poi una lettura geografica esplicita nel modo in cui i dati vengono presentati. Portarli alla Fiera del Levante, con l’ipotesi del Sud come hub centrale dell’IA italiana, sposta la conversazione dalla dotazione tecnologica alla disponibilità di persone formate, che è un terreno dove il divario territoriale si può recuperare più in fretta di quanto si recuperi un divario infrastrutturale.
Le azioni che seguono valgono a prescindere dal fornitore scelto e stanno dentro il budget di un’impresa media.
La prossima rilevazione dirà se il 19,5 % ha continuato a crescere. La domanda più utile per il mercato italiano, però, riguarda il 7 %: se fra dodici mesi quella quota si sarà mossa, l’adozione avrà basi solide. Se resterà ferma mentre il primo numero sale, l’Italia si ritroverà con più imprese che usano l’IA e la stessa quantità di persone in grado di controllarla.
Autore
Pablo Liuzzi
Founder, Synthos Logic