Synthos Logic/News & Insights/Policy & compliance/Standard globali per l’IA che si migliora da sola: OpenAI chiede la regia USA, l’Europa ha già una legge
REF · NEWS-REGO
◉ 2026
Policy & compliance ◉ Approfondimento

Standard globali per l’IA che si migliora da sola: OpenAI chiede la regia USA, l’Europa ha già una legge

Tre giorni, tre visioni del governo della frontiera. La proposta di OpenAI sposta la discussione dalla velocità ai metri di misura, e chi fissa i metri di misura orienta anche il modo in cui si applica l’AI Act.

Nell’arco di tre giorni la questione di chi governa lo sviluppo dei modelli più capaci ha trovato tre risposte diverse, tutte legate alla settimana di alto livello delle Nazioni Unite a New York. Il 21 settembre OpenAI ha pubblicato una proposta di standard tecnici internazionali per la frontiera dell’intelligenza artificiale, con un capitolo dedicato all’auto-miglioramento ricorsivo. Il 22 settembre Donald Trump ha dichiarato davanti all’Assemblea generale che gli Stati Uniti respingono qualsiasi schema globale di controllo della tecnologia. Oggi, 23 settembre, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha in programma l’intervento di Sam Altman in una seduta presieduta dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. La data coincide con il primo anniversario dell’approvazione definitiva della legge italiana sull’intelligenza artificiale, la 132 del 2025.

Quando i righelli sono diversi, la prima decisione politica riguarda quale diventa quello di riferimento.
Quando i righelli sono diversi, la prima decisione politica riguarda quale diventa quello di riferimento.

Cosa propone OpenAI, punto per punto

Il documento, intitolato «Building standards for the next phase of AI», parte da una definizione. L’auto-miglioramento ricorsivo, in sigla RSI, è il processo per cui i sistemi di intelligenza artificiale svolgono una quota crescente del lavoro necessario a sviluppare le generazioni successive, anche con persone ancora coinvolte nel ciclo. OpenAI scrive che la versione pienamente autonoma di questo processo resta oggi assente e va perseguita soltanto quando si potrà farlo in sicurezza, conservando il controllo umano. Cita come anticipazione dei rischi l’incidente Hugging Face di luglio, reso pubblico dalla stessa società.

La proposta si regge su due pilastri. Il primo è un meccanismo che renda complementari gli standard nazionali e internazionali, appoggiandosi alla rete di istituti per la sicurezza dell’IA già attivi in dieci paesi e coordinandola attraverso il Center for AI Standards and Innovation, l’agenzia del Dipartimento del Commercio americano nota come CAISI. Il secondo è un insieme di misure comuni: come valutare i progressi rilevanti per l’auto-miglioramento e la quota di ricerca autonoma dentro un laboratorio, quali processi di ricerca automatizzata debbano far scattare una revisione umana immediata, come classificare e segnalare gli incidenti di allineamento con livelli di gravità e soglie condivise.

Il perimetro giuridico è dichiarato con precisione. Gli standard sarebbero strumenti tecnici, esclusi dal campo delle licenze, delle revisioni obbligatorie prima del rilascio e delle autorizzazioni. Ogni governo deciderebbe se e come recepirli nel proprio ordinamento. I modelli richiamati sono l’aviazione civile e la stabilità finanziaria, settori in cui i paesi condividono norme tecniche e canali di cooperazione mantenendo intatta la propria autorità. La chiusura del testo spiega la posta: guidare adesso significa decidere se gli Stati Uniti plasmano la cornice globale o assistono alla nascita di un sistema frammentato attorno a loro.

Una settimana, tre posizioni

La proposta cade dentro una frattura aperta. Trump ha usato il discorso all’Assemblea generale per ribattezzare l’intelligenza artificiale «superintelligenza» e per affermare che gli Stati Uniti rifiutano totalmente ogni tentativo di costruire uno schema globalista per controllarla. È la linea già vista a metà settembre, quando la Casa Bianca aveva liquidato l’appello di Dario Amodei al rallentamento coordinato, come ricostruito nel deep del 15 settembre di questa sala stampa.

Sul versante opposto, alla vigilia dell’Assemblea i leader di oltre venti paesi, in maggioranza europei, hanno chiesto misure di sicurezza vincolanti per i sistemi avanzati; Stati Uniti e Cina hanno scelto di restare fuori dall’appello. Emmanuel Macron ha proposto di mettere in comune gli investimenti per costruire un modello open source condiviso, per evitare che qualcuno diventi vassallo di una delle grandi potenze. Il primo ministro britannico Andy Burnham ha annunciato che Londra userà la presidenza del G20 del 2027 per arrivare a un unico insieme di principi e standard globali, e ha presentato una partnership con Washington sull’uso dell’IA nella difesa delle infrastrutture critiche.

Pechino gioca una terza partita. Al World AI Conference di Shanghai la Cina ha lanciato una propria organizzazione di cooperazione sull’intelligenza artificiale con 29 paesi aderenti, e in vista del vertice fra Trump e Xi Jinping previsto per giovedì il Tesoro americano ha proposto un meccanismo di notifica d’emergenza per gli incidenti di IA con implicazioni di sicurezza nazionale. La proposta di OpenAI si colloca esattamente in mezzo: accoglie il lessico della cooperazione caro agli europei e lo consegna a una regia americana, volontaria, compatibile con la linea della Casa Bianca.

Il dettaglio che riguarda l’Europa

C’è un passaggio del testo di OpenAI che merita una lettura attenta. La rete internazionale evocata, la International Network for Advanced AI Measurement, Evaluation, and Science fondata dal CAISI nel novembre 2024, conta secondo il NIST dieci membri, e fra questi figura l’Unione europea. L’elenco di istituti che OpenAI cita come base del meccanismo comprende invece Germania, Francia e India, e lascia fuori l’Unione. La differenza è sottile e sostanziale: nella prima versione l’Europa siede al tavolo con il proprio regolatore dei modelli generali, nella seconda è rappresentata dagli istituti di alcuni Stati membri, allo stesso titolo di Kenya o Singapore.

Il punto pesa perché in Europa una parte di ciò che OpenAI propone come standard futuro è già obbligo di legge. L’articolo 55 dell’AI Act impone ai fornitori di modelli con rischio sistemico di valutare i modelli con protocolli allo stato dell’arte, test avversariali compresi, di mitigare i rischi sistemici, di tracciare e comunicare gli incidenti gravi all’Ufficio europeo per l’IA e di garantire un livello adeguato di cybersicurezza. I poteri di enforcement della Commissione su questi obblighi sono operativi dal 2 agosto 2026, come raccontato nel deep del 2 settembre di questa sala stampa.

La legge fissa l’obbligo; il modo concreto di dimostrare di averlo rispettato passa per codici di buone pratiche e, in prospettiva, per norme armonizzate. Qui la proposta di OpenAI diventa rilevante anche per chi opera sotto la giurisdizione europea. Se livelli di gravità degli incidenti, metriche di autonomia della ricerca e soglie di revisione umana vengono definiti prima in una sede coordinata da Washington, quelle definizioni tendono a diventare il vocabolario tecnico con cui i fornitori documentano la propria conformità anche a Bruxelles. La norma resta europea, mentre il righello rischia di arrivare da fuori.

Perché conta per chi compra IA in Italia

Per un’impresa o un’amministrazione italiana il tema si traduce in contratti. La legge 132 ha affidato ad AgID e all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale il ruolo di autorità nazionali, con ACN come punto di contatto con le istituzioni europee e titolare della vigilanza di mercato. L’Italia resta fuori dall’elenco degli istituti che OpenAI indica come nucleo del futuro meccanismo. La voce italiana nella scrittura degli standard passa quindi per l’Ufficio europeo e per la capacità delle due agenzie di stare nei gruppi tecnici dove le definizioni prendono forma.

Nel frattempo, chi negozia oggi con un fornitore di modelli avanzati può già chiedere ciò che la proposta descrive: la classificazione degli incidenti adottata, le soglie oltre le quali un comportamento anomalo viene segnalato, le valutazioni esterne condotte prima del rilascio e i canali con cui questi dati arrivano al cliente. Sono informazioni che i fornitori soggetti all’articolo 55 producono comunque per l’Ufficio europeo. Portarle dentro il contratto rende il rischio misurabile per il committente, a prescindere da quale sede internazionale finirà per scrivere lo standard.

Quel che resta da decidere

La seduta di oggi al Consiglio di sicurezza, il vertice fra Trump e Xi di giovedì e la presidenza britannica del G20 nel 2027 sono le tre sedi in cui la proposta di OpenAI verrà messa alla prova. L’esito che conta per l’Europa riguarda la forma del tavolo: l’Unione può entrare nel meccanismo come membro con il peso di una legge già in vigore, oppure ricevere standard scritti altrove e adattarli ex post. Nel primo caso l’AI Act diventa una delle fonti tecniche della governance globale della frontiera. Nel secondo, resta una cornice giuridica riempita con misure definite da altri. La scelta si gioca nei prossimi dodici mesi, e la regia di quella partita spetta alla Commissione.

Autore

Pablo Liuzzi

Founder, Synthos Logic

Fonti

↑ Torna al feed